Relazioni
Non ti stavo scegliendo. Ti stavo vedendo.
Non temevo di essere invisibile. Temevo di essere fraintesa. Quello che sapevo era solo che ogni volta che cercavo di incontrare qualcuno nella sua umanità, qualcosa andava perso nella traduzione. Io offrivo presenza. Ascolto. Spazio. Ma a volte ciò che per me era un semplice e profondo incontro umano veniva letto come qualcos'altro. Come se il mondo avesse dimenticato che due anime possono riconoscersi senza doversi appartenere. Ed è stato proprio lì che è iniziata una delle trasformazioni più importanti della mia vita.
Valentina Vaccaro
·
Negli ultimi anni ho compreso qualcosa di me che per molto
tempo mi è sfuggito.
Mi viene naturale entrare nel mondo emotivo delle persone.
Quando qualcuno si apre con me, non sento l'urgenza di
aggiustarlo. Non sento il bisogno di salvarlo. Non ho una soluzione da offrire
né una direzione da indicare. Ma ho una presenza da offrire.
Mi piace sedermi accanto alle storie degli altri. Ascoltarle.
Abitarle per un tratto di strada.
E ogni volta che qualcuno trova il coraggio di mostrarsi
senza difese, accade qualcosa che considero sacro.
Le maschere cadono. Le parole diventano vere. Due esseri
umani si incontrano.
Forse è per questo che ho sempre vissuto le relazioni come
un incontro tra anime più che tra ruoli.
Un luogo in cui non bisogna impressionare nessuno. Un luogo
in cui non bisogna essere brillanti, forti o perfetti. Un luogo in cui si può
semplicemente essere.
Per anni ho pensato che tutti vivessero le connessioni in
questo modo. Poi ho scoperto che non è così.
Ho scoperto che a volte ciò che per me è presenza, per altri
diventa interesse. Ciò che per me è ascolto, per altri diventa attrazione. Ciò
che per me è vicinanza umana, per altri diventa una promessa che non sapevo di
stare facendo.
E lì nasceva una sottile tristezza.
Non perché ci fosse qualcosa di sbagliato nei sentimenti
degli altri. I sentimenti non sono mai sbagliati. Ma perché avevo la sensazione
che il significato più profondo di ciò che stavo offrendo andasse perduto.
Come se io stessi dicendo "Ti vedo", "Ti
ascolto", "Ti comprendo".
E quelle parole arrivassero dall'altra parte trasformate in "Mi
piaci".
Una traduzione imperfetta. Una sfumatura apparentemente
piccola. Ma capace di cambiare completamente il significato del messaggio.
Per molto tempo ho combattuto contro questa dinamica. Combattevo
contro il giudizio. Contro la superficialità. Contro la sensazione di essere
letta solo in superficie.
Come un libro di cui qualcuno osserva la copertina senza
accorgersi delle pagine.
Mi infastidiva sentire che qualcuno parlava di me perché gli
piacevo. Non per vanità. Non per arroganza. E nemmeno perché il sentimento mi
disturbasse.
Mi feriva un'altra cosa.
La sensazione che il riflettore si fermasse sempre sullo
stesso punto. Mentre io speravo che qualcuno vedesse la luce da cui quel
riflesso proveniva. Desideravo essere riconosciuta per la mia capacità di
ascoltare.
Per la mia sensibilità. Per il modo in cui faccio spazio
agli altri. Per quella parte invisibile che considero la più vera. La mia
anima.
Con il tempo, però, ho compreso qualcosa che ha cambiato il
mio sguardo.
Non stavo combattendo contro le persone. Stavo combattendo
contro il loro modo di interpretare il mondo. E il modo in cui interpretiamo il
mondo nasce sempre dalla nostra storia.
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